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Quando migliorarsi non basta mai: il lato oscuro del looksmaxxing

 Una generazione di ragazzi sta imparando a osservare il proprio volto come si guarda la schermata di un videogioco: una sequenza di parametri da misurare, confrontare e portare al livello massimo. La mandibola dovrebbe essere più netta. Gli zigomi più evidenti. Lo sguardo più intenso. Il corpo più muscoloso e, contemporaneamente, più asciutto. Ogni caratteristica viene classificata, fotografata, sottoposta al giudizio di sconosciuti e confrontata con modelli selezionati dagli algoritmi. È da questa logica che nasce il looksmaxxing, un fenomeno digitale che promette di “massimizzare” l’aspetto fisico attraverso skincare, allenamento, alimentazione, abbigliamento e cura personale, ma che nelle sue forme più estreme può includere diete drastiche, farmaci e ormoni assunti senza controllo, procedure invasive e pratiche apertamente autolesionistiche.

In una recente intervista a Vanity Fair ho provato a spiegare perché non siamo semplicemente davanti all’ennesima tendenza estetica. Il looksmaxxing racconta qualcosa di più profondo: l’ingresso di molti ragazzi e giovani uomini in un sistema di pressione estetica per il quale spesso non possiedono ancora gli strumenti culturali ed emotivi necessari.

La questione, quindi, non è stabilire se un uomo possa prendersi cura del proprio aspetto. Naturalmente può farlo. La domanda corretta è un’altra: quando il desiderio di migliorarsi smette di essere cura e diventa controllo?

Che cos’è il looksmaxxing?

Il termine deriva dall’unione delle parole inglesi looks, aspetto, e maxxing, massimizzazione. Quest’ultima espressione proviene anche dal linguaggio dei videogiochi, nei quali “maxare” un personaggio significa svilupparne al massimo determinate caratteristiche.

Trasferita al corpo umano, questa idea produce però un cambiamento importante. Il volto non viene più percepito come una parte dell’identità personale, con la sua anatomia, la sua storia e le sue peculiarità, ma come un insieme di statistiche modificabili: simmetria, inclinazione degli occhi, larghezza mandibolare, altezza degli zigomi, percentuale di grasso corporeo, densità dei capelli.

All’interno delle community dedicate al looksmaxxing si distingue generalmente tra softmaxxing e hardmaxxing.

Il softmaxxing comprende attività apparentemente ordinarie: curare l’igiene, scegliere una skincare adeguata, fare esercizio fisico, migliorare l’alimentazione, vestirsi con maggiore attenzione o trovare un taglio di capelli armonico. L’hardmaxxing indica invece strategie più aggressive, che possono comprendere interventi chirurgici, uso improprio di sostanze, restrizioni alimentari estreme o tentativi di modificare autonomamente la struttura del volto.

La distinzione tra le due categorie, tuttavia, non è sufficiente. Anche un comportamento formalmente innocuo può diventare problematico quando viene ripetuto in modo compulsivo, quando occupa gran parte della giornata o quando l’autostima dipende interamente dal risultato estetico.

Allo stesso tempo, una procedura medica o chirurgica non è necessariamente patologica: può essere appropriata quando nasce da una richiesta consapevole, realistica e correttamente valutata. La vera discriminante non è soltanto che cosa si fa al proprio corpo, ma quale rapporto si sta costruendo con esso.

Prendersi cura di sé non significa trasformarsi in un progetto infinito

La cura personale può rappresentare una forma sana di attenzione verso sé stessi. Fare attività fisica, dormire meglio, seguire un’alimentazione equilibrata, proteggere la pelle dal sole e occuparsi del proprio benessere non sono manifestazioni di superficialità. Sono comportamenti coerenti con la prevenzione e con una visione moderna della longevità.

Il problema comincia quando il corpo smette di essere qualcosa da abitare e diventa un progetto da correggere senza fine. Nella logica del looksmaxxing non esiste quasi mai un punto di arrivo. Ogni risultato genera un nuovo difetto da individuare. Ogni fotografia può essere analizzata. Ogni dettaglio può essere confrontato con quello di una persona considerata più attraente.

L’insoddisfazione diventa così il motore dell’intero sistema. Non ci si prende più cura della pelle perché rappresenta un organo da proteggere, ma perché ogni poro viene percepito come un errore. Non ci si allena per mantenere forza, metabolismo e funzione, ma per non sentirsi inferiori. Non si cerca una procedura per migliorare un elemento preciso, ma per avvicinarsi a un modello che continua a spostarsi.

Il risultato è paradossale: più si tenta di raggiungere la perfezione, più aumenta la percezione di essere incompleti.

Perché oggi la pressione estetica riguarda anche gli uomini

Per decenni l’insoddisfazione corporea è stata raccontata quasi esclusivamente come un problema femminile.

Le donne sono state esposte molto prima a modelli estetici irrealistici, giudizi sull’età, idealizzazione della magrezza e messaggi che associavano il valore personale alla capacità di restare giovani e attraenti. Questo ha prodotto conseguenze dolorose, ma ha anche favorito la nascita di un dibattito pubblico sulla body positivity, sulla body neutrality, sui disturbi alimentari e sulla manipolazione delle immagini.

Molti giovani uomini stanno invece entrando adesso in una cultura della sorveglianza estetica, senza essere stati educati a riconoscerne il linguaggio. La pressione maschile assume inoltre caratteristiche proprie. L’ideale proposto non è soltanto bello, ma dominante: alto, muscoloso, asciutto, con una mandibola marcata, un volto geometricamente proporzionato e un’immagine che comunichi forza, sicurezza e successo sessuale.

L’aspetto fisico viene così trasformato in una presunta prova del valore sociale dell’individuo. Non piacere diventa un fallimento personale. Essere rifiutati viene attribuito a un difetto anatomico. La solitudine, l’insicurezza o la difficoltà relazionale vengono interpretate come problemi risolvibili modificando il volto o aumentando la massa muscolare.

Il rischio è che il corpo diventi l’unico luogo nel quale un ragazzo pensa di poter esercitare il controllo.

Lo specchio algoritmico non restituisce mai un’immagine neutrale

Il social network non è uno specchio passivo. Se un ragazzo osserva, salva o commenta contenuti dedicati alla mandibola, alla crescita muscolare o alle valutazioni estetiche del volto, l’algoritmo tenderà a mostrargliene altri. In poco tempo ciò che inizialmente era una curiosità può trasformarsi in un ambiente digitale totalizzante.

La normalità scompare. Il feed non mostra la varietà reale dei corpi e dei volti, ma una selezione ripetitiva di immagini eccezionali, costruite attraverso genetica, posa, luce, filtri, allenamento, procedure mediche o editing digitale.

La ricerca scientifica non consente di affermare che i social media causino automaticamente un disturbo dell’immagine corporea. Le relazioni sono complesse e possono essere bidirezionali: chi è già insoddisfatto può cercare più frequentemente contenuti estetici, mentre l’esposizione continua può, a sua volta, alimentare confronto e preoccupazione.

Sappiamo però che l’uso di piattaforme prevalentemente visive e la fruizione motivata dall’aspetto fisico sono associati a una maggiore presenza di sintomi dismorfici nei giovani. Studi recenti hanno inoltre osservato un’associazione tra l’esposizione a contenuti orientati alla muscolarità e i sintomi della dismorfia muscolare nei ragazzi e negli uomini.

Il problema, quindi, non è genericamente “stare troppo sui social”. È trasformare il social network in uno strumento di valutazione continua del proprio corpo.

Dall’insicurezza al dismorfismo corporeo

Non ogni insoddisfazione estetica è un disturbo. Non sentirsi completamente a proprio agio con una parte del corpo è un’esperienza comune e non può essere patologizzata.

Il disturbo da dismorfismo corporeo è una condizione clinica più complessa, caratterizzata da una preoccupazione persistente per uno o più difetti percepiti nell’aspetto, che agli altri possono apparire minimi o non osservabili.

Questa preoccupazione può essere accompagnata da comportamenti ripetitivi: controllarsi continuamente allo specchio, confrontarsi con altre persone, fotografarsi da molte angolazioni, cercare rassicurazioni, camuffare una parte del corpo o sottoporsi ripetutamente a trattamenti.

L’elemento centrale non è la vanità, ma il disagio.

Il pensiero sull’aspetto occupa tempo, compromette le relazioni, interferisce con lo studio o il lavoro e rende difficile partecipare alla vita sociale.

La diagnosi spetta a professionisti della salute mentale qualificati. Il medico estetico non deve trasformarsi in psichiatra o psicologo, ma deve essere in grado di riconoscere i segnali che rendono necessaria una valutazione specialistica.

Confondere il dismorfismo con un semplice desiderio di bellezza è pericoloso, perché può portare a trattare il corpo quando il vero bisogno si trova altrove.

Quando il self-care diventa un campanello d’allarme

Il confine tra attenzione sana e controllo patologico non è sempre immediato, ma alcune dinamiche meritano particolare attenzione. Un ragazzo che cambia continuamente obiettivo, non riconosce alcun miglioramento, chiede trasformazioni incompatibili con la propria anatomia o attribuisce a una procedura la possibilità di risolvere solitudine, rifiuto e insicurezza non sta formulando una semplice richiesta estetica.

Anche il linguaggio è significativo. Espressioni come “devo sistemare tutto”, “senza questa mandibola non avrò mai una relazione”, “voglio diventare irriconoscibile” o “non importa quanto debba soffrire” possono indicare che il corpo è diventato il contenitore di un disagio più profondo.

Altri segnali sono la ricerca compulsiva di valutazioni online, l’uso non controllato di sostanze, l’isolamento sociale, l’allenamento nonostante dolore o infortuni e la disponibilità a compiere pratiche autolesionistiche pur di modificare il proprio aspetto.

In questi casi non serve deridere il ragazzo né liquidare la sua preoccupazione come narcisismo.

Serve ascoltare, comprendere e interrompere il circuito che gli sta facendo credere che il dolore sia una prova di disciplina e che il valore personale possa essere calcolato attraverso le proporzioni di un volto.

Bonesmashing, sostanze e pseudoscienza: quando il rischio diventa concreto

Una delle derive più preoccupanti associate al looksmaxxing è la diffusione di pratiche prive di una base medica.

Tra queste viene descritto il cosiddetto bonesmashing, cioè il tentativo di provocare traumi ripetuti alle ossa del volto nella convinzione di renderle più marcate. Colpire deliberatamente il viso non produce un rimodellamento estetico controllabile: espone invece a traumi, fratture, lesioni dentali, nervose e oculari, infezioni e possibili deformità permanenti.

Altre community suggeriscono l’assunzione autonoma di steroidi anabolizzanti, ormoni, farmaci dimagranti o sostanze non autorizzate per modificare massa muscolare, composizione corporea o caratteristiche considerate maschili.

In questo caso il corpo viene trattato come un laboratorio sul quale sperimentare, ignorando che ogni sostanza può avere conseguenze endocrine, cardiovascolari, epatiche e psicologiche.

Il fatto che un consiglio venga ripetuto da migliaia di persone non lo trasforma in una pratica scientificamente valida.

La medicina non può limitarsi a correggere la disinformazione quando il danno è già avvenuto. Deve intervenire prima, offrendo ai giovani strumenti per distinguere un comportamento salutare da una promessa pseudoscientifica.

Il medico estetico non deve eseguire ogni richiesta

Il looksmaxxing pone una questione che riguarda direttamente la medicina estetica.

Che cosa deve fare il medico quando un paziente chiede una trasformazione che non appare necessaria, proporzionata o psicologicamente sana?

La risposta non può essere limitata alla fattibilità tecnica. Una procedura può essere tecnicamente eseguibile e, allo stesso tempo, clinicamente inappropriata.

La visita deve valutare non soltanto l’anatomia, ma anche la stabilità della richiesta, le aspettative, la storia dei trattamenti, il modo in cui la persona percepisce il proprio aspetto e il beneficio che immagina di ottenere.

Strumenti di screening psicologico validati possono aiutare a individuare dismorfismo corporeo, disagio, autocritica estrema e aspettative irrealistiche. Non sostituiscono la valutazione clinica né una diagnosi specialistica, ma ricordano che la preparazione psicologica è una componente della sicurezza del trattamento.

Quando emergono segnali di rischio, la procedura deve essere rinviata o evitata e il paziente indirizzato verso il professionista più adatto.

Come ho ricordato nell’intervista a Vanity Fair, davanti a una richiesta che nasce dal dismorfismo e non da un’esigenza reale, il no è l’atto medico più importante che possiamo compiere».

Dire di no non significa abbandonare il paziente ma significa evitare di rafforzare la convinzione che il suo corpo sia sbagliato e che un’altra procedura possa finalmente renderlo accettabile.

Il trattamento non cura il bisogno di approvazione

Una procedura estetica può modificare una caratteristica fisica. Non può garantire una relazione, cancellare la vergogna, costruire l’autostima o risolvere l’ansia sociale.

Quando l’aspettativa viene caricata di questi significati, anche un risultato tecnicamente corretto rischia di essere percepito come insufficiente.

Il paziente può spostare l’attenzione su una nuova area, chiedere ulteriori correzioni o interpretare la persistenza del proprio disagio come prova del fatto che il trattamento non sia stato abbastanza radicale.

È così che la medicina rischia di trasformarsi da strumento di cura a complice dell’insoddisfazione.

Il dovere del medico non consiste nell’avvicinare ogni volto a un canone. Consiste nel valutare se e come intervenire nel rispetto della salute, dell’identità, dell’anatomia e della proporzione.

Dal looksmaxxing alla longevity: due idee opposte di miglioramento

Il looksmaxxing e la medicina della longevità partono entrambi da una domanda sul futuro, ma offrono risposte profondamente diverse.

Il primo tende a ottimizzare l’immagine presente, spesso senza considerare le conseguenze a lungo termine. Il corpo deve produrre immediatamente approvazione, visibilità e desiderabilità.

La longevità ragiona invece in termini di funzione.

L’attività fisica serve a preservare forza, metabolismo, mobilità e salute cardiovascolare. L’alimentazione deve nutrire, non punire. La skincare deve sostenere la barriera cutanea e la fotoprotezione, non alimentare l’ossessione per una superficie priva di qualsiasi imperfezione. Il sonno, le relazioni, il benessere psicologico e la capacità di vivere il proprio corpo fanno parte dello stesso progetto di salute.

La medicina estetica può inserirsi in questa visione quando non promette la perfezione e non sostituisce la prevenzione.

Può accompagnare il paziente nel tempo, preservare la qualità dei tessuti, correggere un elemento preciso e sostenere un rapporto più sereno con la propria immagine.

Ma deve sempre ricordare che l’obiettivo non è portare il volto al “livello massimo”.

È permettere alla persona di riconoscersi, oggi e negli anni che verranno.

Il volto non è un avatar

Il fenomeno looksmaxxing non dovrebbe essere banalizzato come una moda ridicola né demonizzato come se ogni forma di cura maschile fosse pericolosa.

Dietro molte di queste richieste esiste un bisogno reale: sentirsi adeguati, desiderabili, sicuri e riconosciuti.

Il problema nasce quando una cultura digitale convince i ragazzi che l’unico modo per soddisfare quel bisogno sia modificare il corpo.

Il volto non è un avatar. Non è un punteggio, una graduatoria o una somma di parametri da ottimizzare. È una parte dell’identità personale, capace di esprimere emozioni, esperienza, vulnerabilità e storia.

Prendersene cura è legittimo.

Combatterlo, punirlo o sottoporlo a una correzione senza fine non lo è.

La medicina estetica moderna deve avere il coraggio di intervenire quando esiste un’indicazione, ma anche la responsabilità di fermarsi quando il trattamento rischia di alimentare il disagio.

Perché a volte il gesto medico più importante non è eseguire una procedura.

È aiutare una persona a comprendere che non tutto ciò che considera un difetto deve essere corretto.

Bibliografia

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