Centro di Riferimento ENDOLIFT®, RADIESSE®, ZO SKIN HEALTH®, ULTHERAPY® e SKINPEN® a Napoli e Milano

Chirurgo e Medico Estetico

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SkinPen® e Microneedling: la nuova frontiera per migliorare la qualità della pelle

Collane di Venere: quando il collo racconta il tempo, la postura e la qualità della pelle

Le chiamano collane di Venere, un nome elegante e quasi poetico per descrivere quelle linee orizzontali che attraversano il collo e che, con il passare degli anni, possono diventare progressivamente più profonde e visibili. È un segno molto comune e, soprattutto, non appartiene esclusivamente all’età matura. In alcuni pazienti le linee cervicali sono riconoscibili già in giovane età, perché esiste una predisposizione anatomica individuale e perché il collo è una regione sottoposta fin dall’inizio della vita a una quantità enorme di movimenti. Ciò che cambia con il tempo non è necessariamente la comparsa della linea, ma la sua capacità di restare impressa nel tessuto.

Ed è proprio qui che il discorso diventa interessante dal punto di vista medico.

Considerare le collane di Venere semplicemente come “rughe da eliminare” significa osservare soltanto la manifestazione superficiale di un processo molto più complesso. La pelle del collo è un tessuto biologico dinamico, sottile, continuamente sollecitato e particolarmente sensibile ai cambiamenti che accompagnano l’invecchiamento. La progressiva modificazione del collagene, dell’elastina, della matrice extracellulare e delle proprietà biomeccaniche cutanee determina una minore capacità del tessuto di recuperare dopo ogni movimento.

Una piega che inizialmente compare soltanto quando flettiamo il collo può così diventare progressivamente visibile anche a riposo. È un passaggio apparentemente semplice, ma rappresenta bene il modo in cui oggi interpretiamo l’invecchiamento cutaneo: non come un insieme di rughe isolate, ma come un cambiamento della competenza biologica del tessuto.

Il collo non invecchia soltanto in superficie

Il collagene rappresenta una delle principali componenti strutturali del derma e contribuisce alla resistenza meccanica e all’organizzazione della pelle. Con l’invecchiamento si verifica una progressiva riduzione della sintesi fibroblastica, accompagnata dalla frammentazione e dalla disorganizzazione delle fibre collagene. Il risultato non è semplicemente una pelle “più vuota” ma è una pelle che risponde diversamente alle forze meccaniche, che recupera con minore efficienza la propria forma e che conserva più facilmente i segni delle pieghe ripetute. Nella letteratura scientifica l’invecchiamento cutaneo viene infatti descritto come un processo che coinvolge non solo la quantità di collagene, ma la sua organizzazione tridimensionale, la matrice extracellulare e la capacità dei fibroblasti di mantenere un tessuto strutturalmente competente. È un concetto che considero particolarmente importante perché modifica anche il modo in cui dovremmo pensare alla medicina estetica.

Se il problema fosse soltanto una ruga, sarebbe sufficiente correggere quella ruga; se invece la ruga è la conseguenza visibile di un tessuto che ha modificato progressivamente la propria qualità, il ragionamento deve diventare più ampio. Per questo nella mia pratica tendo a distinguere sempre tra segno visibile e processo biologico. Il segno è quello che il paziente vede allo specchio mentre il processo è ciò che il medico deve cercare di comprendere.

Collagene, elastina e movimento: perché le linee diventano più profonde

Il collo è una delle regioni più mobili del corpo. Si flette, ruota, si estende e accompagna continuamente il movimento della testa. Ogni giorno ripetiamo migliaia di volte gesti che modificano la geometria della pelle cervicale. Su una pelle giovane, elastica e biologicamente efficiente, queste deformazioni vengono assorbite facilmente. Quando invece il tessuto perde parte della propria capacità elastica e della propria organizzazione collagenica, la piega tende a persistere più a lungo.

È un meccanismo simile a quello che osserviamo in altre aree dinamiche del volto, ma sul collo assume caratteristiche particolari perché la cute è sottile e costantemente sottoposta a trazione.

A questo si aggiunge il ruolo dell’invecchiamento estrinseco, soprattutto dell’esposizione solare. Il photoaging accelera infatti la degradazione delle fibre collagene ed elastiche e contribuisce alla progressiva perdita di qualità del derma. La letteratura dermatologica considera la degradazione del collagene e l’alterazione della matrice extracellulare tra i meccanismi centrali dell’invecchiamento cutaneo.

È quindi più corretto immaginare le collane di Venere come il punto di incontro tra anatomia, movimento e qualità biologica della pelle.

Quanto conta la postura?

Negli ultimi anni si è parlato molto di tech neck, termine utilizzato per descrivere l’insieme dei cambiamenti posturali e delle pieghe cervicali associate alla prolungata flessione della testa durante l’utilizzo di smartphone, tablet e computer. La relazione non deve però essere semplificata eccessivamente. Non possiamo dire che lo smartphone “causi” automaticamente le collane di Venere. Possiamo però osservare che mantenere ripetutamente il collo in flessione produce una deformazione meccanica della cute sempre nello stesso punto. Sappiamo inoltre che l’utilizzo prolungato del computer può essere associato a modificazioni della postura del capo e del collo. Gli studi sulla postura nei lavoratori che trascorrono molte ore davanti al computer hanno evidenziato differenze nell’assetto cervicale rispetto ai soggetti meno esposti.

Da un punto di vista clinico, quindi, la postura è un fattore meccanico che può contribuire a rendere più evidente una predisposizione, ma non rappresenta da sola la spiegazione biologica dell’inestetismo. La differenza la fa sempre il tessuto sul quale quella sollecitazione agisce. Una pelle giovane e ricca di collagene risponde in un modo. Una pelle più sottile, meno elastica e con una matrice extracellulare progressivamente disorganizzata risponde diversamente. È uno dei motivi per cui non considero mai corretto isolare un singolo fattore quando si parla di invecchiamento.

Collane di Venere e bande verticali non sono lo stesso problema

C’è poi un’altra distinzione fondamentale, spesso trascurata. Le collane di Venere sono prevalentemente orizzontali. Le bande che possono diventare evidenti verticalmente nella parte anteriore del collo hanno invece spesso una componente muscolare e sono legate all’attività del platisma, un muscolo superficiale che si estende dalla parte inferiore del volto verso il collo.

Dal punto di vista estetico entrambe possono contribuire a un aspetto più segnato della regione cervicale, ma biologicamente sono fenomeni differenti. E una medicina estetica corretta deve partire proprio da questa distinzione. Non si tratta semplicemente di decidere “che cosa funziona per il collo”. Bisogna capire quale struttura anatomica stiamo trattando.

La letteratura sulla tossina botulinica nel collo conferma il ruolo del platisma nella formazione delle bande verticali e documenta l’impiego della tossina botulinica nei pazienti correttamente selezionati. Una revisione sistematica dedicata alle bande platismatiche ha mostrato risultati clinici favorevoli, pur sottolineando l’importanza della tecnica e della selezione del paziente.

Gli studi anatomici ricordano inoltre che questa regione richiede una conoscenza molto precisa della distribuzione del muscolo, proprio perché infiltrazioni inappropriate possono determinare effetti indesiderati come disfagia, disfonia o debolezza della muscolatura cervicale.

È un buon esempio di un principio che considero centrale: la terapia segue l’anatomia, non il nome dell’inestetismo.

Prima di scegliere il trattamento bisogna capire quale tessuto stiamo osservando

Quando un paziente arriva in studio chiedendo di trattare le collane di Venere, l’errore sarebbe iniziare immediatamente dall’elenco delle procedure disponibili. Prima bisogna osservare. Quanto è profonda la linea? È visibile soltanto durante il movimento oppure anche a riposo? La cute è ancora elastica oppure presenta già una perdita significativa di compattezza? Esiste una componente di lassità? Sono presenti bande platismatiche? Qual è la qualità complessiva della pelle? Quanto conta la componente fotoindotta? E soprattutto: quale risultato desidera realmente il paziente? La risposta a queste domande permette di costruire una strategia sensata.

È lo stesso principio che applico più in generale allo slow aging. L’obiettivo non è accumulare procedure, ma comprendere come il tessuto sta invecchiando e costruire una sequenza terapeutica biologicamente coerente. Prima si cerca di migliorare la qualità e la competenza del tessuto, poi si valuta ciò che richiede realmente una correzione. Questa sequenza è particolarmente importante sul collo, dove il rischio di intervenire troppo o male può tradursi facilmente in un risultato poco naturale.

Ultherapy PRIME®: lavorare sulla struttura, non semplicemente sulla ruga

Quando il quadro comprende una perdita di compattezza e un progressivo rilassamento dei tessuti, una delle possibilità terapeutiche che posso prendere in considerazione è rappresentata da Ultherapy PRIME®, tecnologia basata su ultrasuoni microfocalizzati ecoguidati.

La sua logica è molto diversa da quella di un trattamento riempitivo. L’energia ultrasonica viene focalizzata a profondità prestabilite, producendo zone di riscaldamento controllato nel tessuto e innescando una risposta biologica che comprende il rimodellamento del collagene e la stimolazione dei processi legati alla produzione di nuove fibre elastiche. L’ecografia integrata permette inoltre di visualizzare in tempo reale i piani anatomici e di orientare l’erogazione dell’energia in relazione alle caratteristiche del paziente.

L’obiettivo non è quindi quello di “riempire” direttamente la linea, ma di stimolare una risposta tissutale. Le revisioni disponibili sull’impiego degli ultrasuoni microfocalizzati nel volto e nel collo indicano risultati promettenti soprattutto nel trattamento della lassità, con un profilo di effetti avversi generalmente transitorio quando la metodica viene utilizzata correttamente.

Questo è un aspetto che considero particolarmente coerente con la mia visione della medicina estetica. Il trattamento non dovrebbe necessariamente aggiungere qualcosa al tessuto. In alcuni casi dovrebbe piuttosto creare le condizioni affinché il tessuto risponda meglio. Quando l’indicazione è corretta, Ultherapy PRIME® può quindi inserirsi in una strategia orientata alla struttura e alla compattezza del collo, senza modificare artificialmente i volumi.

Naturalmente, il miglioramento della lassità non coincide automaticamente con la scomparsa delle collane di Venere. Una piega profonda e stabilizzata può richiedere una valutazione differente. È proprio per questo che considero importante distinguere il trattamento della struttura dalla correzione del singolo segno.

LightSCAN™ ed Endolift®: due modalità differenti di biostimolazione

Accanto agli ultrasuoni microfocalizzati esistono altre possibilità per lavorare sulla qualità biologica e sulla compattezza dei tessuti. Tra queste rientrano LightSCAN™ ed Endolift®, due metodiche laser che condividono un razionale orientato al rimodellamento cutaneo, ma che non devono essere considerate sovrapponibili.

La distinzione è importante perché il termine biostimolazione non identifica una singola procedura quanto piuttosto un obiettivo biologico: favorire, attraverso uno stimolo controllato, i processi di riparazione e rimodellamento del tessuto, con particolare attenzione al collagene, all’elastina e all’organizzazione del matrisoma. Il modo in cui questo stimolo viene prodotto, però, cambia da una tecnologia all’altra.

LightSCAN™ è una tecnologia laser frazionale non ablativa che viene applicata esternamente, appoggiando il dispositivo sulla pelle, senza incisioni e senza introdurre fibre sotto la cute. L’energia produce un effetto fototermico frazionato e controllato, finalizzato a stimolare una risposta di rimodellamento cutaneo. Il trattamento può quindi essere considerato quando l’obiettivo è migliorare progressivamente caratteristiche come texture, elasticità e compattezza, in relazione alle condizioni iniziali del paziente.

Endolift® utilizza invece una sottile microfibra ottica introdotta sotto la cute, attraverso la quale l’energia laser viene veicolata direttamente nei tessuti sottocutanei. L’effetto termico controllato è finalizzato a favorire il rimodellamento tissutale e i processi di neocollagenesi, con un possibile miglioramento progressivo della compattezza e della lassità.

La differenza tra le due metodiche non è quindi soltanto tecnologica, ma riguarda il livello al quale viene veicolata l’energia e le modalità di esecuzione. Una viene applicata sulla superficie cutanea senza incisioni; l’altra prevede l’introduzione di una fibra sotto la cute. Questa distinzione comporta indicazioni, valutazioni anatomiche e profili procedurali differenti.

Nella mia pratica non considero corretto scegliere tra queste tecnologie partendo dal nome del trattamento. La domanda deve essere un’altra: quale tessuto abbiamo davanti e quale risposta biologica stiamo cercando di ottenere? Un collo con una perdita prevalentemente superficiale di qualità cutanea non è necessariamente sovrapponibile a un collo che presenta una lassità più significativa. Allo stesso modo, una piega orizzontale molto profonda non può essere considerata automaticamente correggibile attraverso la sola stimolazione del collagene.

LightSCAN™ ed Endolift® possono quindi trovare spazio in una strategia orientata alla biostimolazione e al miglioramento dei tessuti, ma soltanto quando l’indicazione è coerente con il quadro clinico. Non è necessario utilizzarle entrambe, né associarle automaticamente ad altre procedure. La qualità del risultato dipende dalla correttezza della scelta, non dalla quantità di tecnologie impiegate.

Milk Lifting™ e qualità cutanea: il problema non è sempre il lifting

Esiste però un altro livello, spesso ancora più importante. Un collo può non presentare una lassità particolarmente evidente e tuttavia apparire segnato perché la pelle ha perso idratazione, elasticità, uniformità e capacità di risposta. In questi casi parlare soltanto di lifting può essere riduttivo. Bisogna parlare di skin quality.

Il concetto alla base del Milk Lifting™ si inserisce proprio in questa prospettiva: lavorare sulla qualità del tessuto e sulla sua capacità di apparire progressivamente più compatto, uniforme e vitale, evitando di confondere il ringiovanimento con l’aumento indiscriminato dei volumi.

Il protocollo si basa sull’impiego dell’idrossiapatite di calcio di Radiesse®, un dispositivo medico che può svolgere sia una funzione riempitiva sia un’azione biostimolante, in relazione alla modalità di utilizzo e all’indicazione. Nel contesto dei protocolli orientati alla qualità cutanea, l’interesse riguarda soprattutto la capacità del materiale di favorire una risposta progressiva del tessuto, sostenendo la neocollagenesi e il rimodellamento della matrice extracellulare.

È un concetto che considero centrale nella medicina estetica contemporanea: non aggiungere volume quando il problema principale non è una perdita volumetrica, ma cercare di migliorare la qualità biologica della pelle. La distinzione è particolarmente importante sul collo, dove un approccio eccessivamente riempitivo può risultare poco coerente con la sottigliezza e la mobilità dei tessuti.

Nei miei recenti approfondimenti ho affrontato più volte questo concetto parlando di medicina estetica naturale e di protocolli personalizzati: la pelle non dovrebbe essere considerata semplicemente come un rivestimento da modificare, ma come un organo complesso che può essere stimolato a funzionare meglio.

Il Milk Lifting™ si inserisce quindi in un ragionamento più ampio. Non è corretto promettere che una singola procedura “cancelli” le collane di Venere; è più realistico e medicalmente sensato valutare quanto il miglioramento della qualità cutanea possa rendere il collo più compatto, armonioso e meno segnato. L’indicazione, la modalità di utilizzo e l’eventuale integrazione con altre metodiche devono essere definite sulla base delle caratteristiche del paziente.

E la tossina botulinica?

La tossina botulinica trova una collocazione differente. Quando la valutazione mette in evidenza soprattutto bande platismatiche verticali, la modulazione selettiva dell’attività muscolare può essere indicata.

In questo caso il bersaglio non è la qualità della pelle, ma il muscolo. Le evidenze sul trattamento delle bande platismatiche con tossina botulinica sono ormai consolidate da diversi anni e revisioni più recenti continuano a documentarne l’efficacia nei pazienti selezionati. Questo non significa che la tossina botulinica debba essere utilizzata indistintamente su tutte le linee del collo. Al contrario. Proprio perché agisce sulla componente neuromuscolare, è particolarmente importante distinguere le linee orizzontali prevalentemente cutanee dalle bande verticali prevalentemente dinamiche.

È una distinzione clinica prima ancora che estetica e conferma ancora una volta che il collo non dovrebbe essere affrontato attraverso un protocollo standardizzato.

Il trattamento migliore spesso è una sequenza, non una procedura

La domanda più frequente resta inevitabilmente: qual è il trattamento migliore per le collane di Venere? La risposta più corretta è che dipende dal collo che abbiamo davanti.

In un paziente può essere prevalente la perdita di collagene, in un altro la lassità, in un altro ancora la componente muscolare e in molti casi questi elementi coesistono. La medicina estetica diventa quindi interessante quando smette di essere una collezione di tecniche e diventa una strategia.

Quando prevale la perdita di compattezza, una tecnologia come Ultherapy PRIME® può essere valutata per lavorare sulla struttura del tessuto. In altri quadri, LightSCAN™ o Endolift® possono inserirsi in un percorso orientato al rimodellamento e alla biostimolazione, attraverso modalità differenti. Quando invece il problema principale riguarda la qualità cutanea, un protocollo come Milk Lifting™ può essere preso in considerazione per migliorare il terreno biologico della pelle. La tossina botulinica trova una collocazione specifica quando è presente una componente muscolare precisa.

Non si tratta però di costruire una sequenza obbligata. Non è necessario utilizzare tutto. Anzi, spesso la qualità del risultato dipende proprio dalla capacità di utilizzare meno procedure, ma con un’indicazione più rigorosa. Una tecnologia può essere appropriata in un paziente e non esserlo in un altro; un trattamento può essere utile in una fase e superfluo in una differente.

Questo principio è perfettamente coerente con il concetto di slow aging: l’innovazione tecnologica ha valore soltanto quando viene inserita in una sequenza biologicamente sensata. La precisione clinica conta più della quantità di trattamenti.

Il collo non deve sembrare “rifatto”

C’è infine un tema che considero più importante di qualsiasi tecnologia. La naturalezza. Il collo deve muoversi. Deve flettersi. Deve accompagnare l’espressività e deve rimanere coerente con il volto.

Una medicina estetica troppo aggressiva può ottenere un miglioramento tecnico e contemporaneamente produrre una dissonanza estetica. È il motivo per cui non considero la cancellazione totale delle linee un obiettivo necessariamente desiderabile.

L’invecchiamento non è una patologia e la medicina estetica non dovrebbe trasformarsi in una lotta contro ogni segno del tempo. Dovrebbe piuttosto intervenire quando un cambiamento altera l’armonia del paziente, cercando di recuperare qualità e proporzione senza cancellarne l’identità.

È la stessa filosofia che considero alla base dello slow aging: non cercare di apparire appartenenti a un’altra età, ma mantenere tessuti più competenti e un’immagine coerente con sé stessi nel tempo.

Per questo, quando tratto il collo, il risultato che cerco non è un collo “senza rughe”. Cerco un collo che appaia meno segnato, più compatto, più armonico e soprattutto naturale.

Un buon trattamento, idealmente, non dovrebbe far pensare a quale procedura sia stata eseguita ma dovrebbe semplicemente far pensare che quella persona stia bene.

Quando è corretto intervenire?

Non esiste un’età universale. Esiste un’indicazione. Una collana di Venere può essere presente a trent’anni e non richiedere alcun trattamento. Un’altra può diventare particolarmente evidente più avanti e inserirsi in un processo di perdita di qualità tissutale che può beneficiare di una strategia terapeutica.

La valutazione deve quindi tenere conto della profondità delle linee, della qualità della cute, della presenza di lassità, della componente muscolare, dello stile di vita, della storia del paziente e delle sue aspettative.

Ma deve comprendere anche un’altra possibilità: non intervenire.

Ritengo che questo sia uno degli aspetti più importanti della medicina estetica matura. Il medico non dovrebbe soltanto sapere come eseguire una procedura. Dovrebbe sapere quando quella procedura è indicata e quando invece non lo è, perché la vera personalizzazione non consiste nell’offrire un trattamento diverso a ogni paziente ma consiste nel comprendere che cosa serve, quanto serve, quando serve e, talvolta, quando non serve affatto.

Le collane di Venere, da questo punto di vista, rappresentano molto bene l’evoluzione della medicina estetica contemporanea.

Partiamo da una ruga ma per trattarla correttamente dobbiamo finire inevitabilmente per parlare di anatomia, collagene, movimento, qualità tissutale, muscolo, tecnologia e biologia dell’invecchiamento. Ed è proprio qui che la medicina estetica smette di essere semplicemente estetica e torna a essere, prima di tutto, medicina.

Bibliografia essenziale

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  8. Braucci A. Medicina estetica naturale: come si costruisce davvero un protocollo personalizzato. Dr Antonio Braucci Magazine.

  9. Braucci A. La medicina estetica è prima di tutto medicina. Dr Antonio Braucci Magazine.


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